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World Emoji Day: storia ed evoluzione

Calendario17 luglio 2019

Redazione ABCRedazione ABC

World Emoji Day: storia ed evoluzione

Mostrare le proprie emozioni è sempre stato difficile ma ecco che negli anni '90 arrivano in soccorso le emoji! Già, perchè proprio le emoji vengono spesso utilizzate per esprimere ciò che non si riesce a dire con le parole. 

Proprio oggi 17 luglio si festeggia il World Emoji Day, una ricorrenza creata dal fondatore di Emojipedia Jeremy Burge nel 2014, per celebrare il ruolo fondamentale che hanno nella vita quotidiana, utilizzate ormai dall’80% delle persone.

Nate in Giappone verso la fine degli anni 90, la prima emoji fu creata da Shigetaka Kurita nel 1992 ispirandosi ai manga.

Curiosità: 

  • Nel 2010 Fred Benenson ha pubblicato Emoji Dick  una traduzione del classico Moby Dick di Herman Melville in versione emoji. Il libro, nel 2013, è entrato a far parte della Library of Congress (LOC) ovvero la biblioteca nazionale degli Stati Uniti D’America

  • Nel 2015 l’istituzione britannica Oxford Dictionary che monitora le evoluzioni della lingua inglese, ha eletto l’emoji della “faccina che piange di gioia” come parola dell’anno (oggi è una delle emoji più utilizzate al mondo).


Ma prima dell’avvento delle emoji?

C’erano le emoticon!
Spesso si tende a confondere le due parole, credendo non vi sia alcuna differenza. In realtà sono due cose distinte: l’emoticon è stata creata da Scott Fahlman, un ricercatore di informatica alla Carnegie Mellon University che nel 1982 ha lanciato la prima emoticon per contrassegnare le battute ironiche: lo smiley :-) 

Dopo lo smiley sono nati tutti gli altri ideogrammi (faccina arrabbiata, in lacrime ecc) fino ad arrivare ai Kaomoji ovvero quelle emoticon stile giapponese come ad esempio  ^_^, >.<, o_O e tanti altri.

La prima faccina colorata arrivò nel 1999 e solo nel 2011 la società statunitense Apple introdusse nella tastiera IOS le emoji. Da lì la scalata che porta all’attuale successo. 

Utilizzate da grandi e piccoli, in una conversazione o in una strategia di social media marketing, è ormai chiaro che le emoji fanno parte della nostra vita e quasi tutti le utilizzano quotidianamente.

Ma attenzione a come le utilizzate. Potreste finire in tribunale!

Anche se oggi non rappresentano ancora una vera e propria prova, le emoji sono state spesso dibattito in tribunale arrivando in alcuni casi a contribuire alla conferma di condanna.

Riportiamo un esempio di un caso giudiziario avvenuto negli Stati Uniti:  accusa di sfruttamento della prostituzione.

Lo scambio di messaggi su Instagram tra un uomo (accusato di gestire un giro di escort) e una donna, è stato considerato dall’accusa come sfruttamento alla prostituzione. 

Infatti, sebbene il messaggio non avesse nulla di compromettente (<>, traducibile come “l'unione fa la forza”), le emoji che lo accompagnavano (una scarpa con il tacco e un sacchetto di denaro) sono state interpretate come un invito alla prostituzione mentre la difesa sosteneva la tesi di una relazione amorosa tra i due. 

A testimoniare è stato chiamato un esperto di sfruttamento alla prostituzione, che ha proprio confermato quanto ipotizzato dall’accusa, ribadendo come le icone di tacchi e soldi vengano utilizzate in quell’ambiente da molti uomini per invitare una donna a “lavorare per lui”. 

Le emoji dunque anche se non sono state considerate come prova, sono state comunque un supporto per la tesi dell’accusa, portando alla condanna dell’imputato.

Tanti sono i casi giudiziari in cui compaiono le famose emoji e ancor di più saranno nel corso degli anni. 

È dunque giusto vengano inserite come prova? Non spetta a noi dirlo. Ma una cosa è certa: il linguaggio si sta evolvendo e non si può di certo rimanere senza parole di fronte a ciò!

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