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Il blog di ABCFormazione

Morte del CD

Chi ha ucciso il CD

Da quanto tempo non ascoltate o acquistate un CD? Per trovare quote di vendita basse del Compact Disc paragonabili a quelle attuali dobbiamo tornare alla loro comparsa sul mercato negli anni ‘80. Le case discografiche hanno preso atto di questo trend negativo e perfino la famosa fabbrica della Sony di Terre Haute, in Indiana, ha ormai chiuso i battenti dal 2018. Si vaticina quindi una loro definitiva uscita dal mercato entro il 2022.

 

I motivi di questa crisi sono molteplici. La smaterializzazione dei supporti (ormai sui computer non è più presente di default neanche il cassettino per leggerli) e l’affermarsi delle piattaforme di streaming  ha portato a un nuovo modo di concepire l’ascolto musicale. Addirittura nel 2019, per la prima volta dall’era dei CD, per la categoria “Album of the Year” dei Grammy sono stati selezionati progetti non pubblicati su CD. Inoltre creiamo le nostre playlist personalizzate e non siamo più legati all’ascolto di un intero album musicale. Le case discografiche e gli artisti preferiscono dunque rilasciare singoli, la cui produzione è molto meno impegnativa. 

 

Neanche la pandemia globale ha migliorato la situazione, confermando invece il trend e rafforzando le piattaforme digitali. L’ultimo baluardo del CD sembrano essere i “firmacopie”, per accedere ai quali è spesso necessario acquistare i CD. Paradossalmente a contribuire a questo declino è anche il ritorno di un formato che sembrava uscito di scena con gli anni ‘90: il vinile. Sarebbe lungo fare una discussione sulle differenze di qualità tra i due formati, e probabilmente è difficile arrivare a una conclusione su quale formato sia migliore. Molto dipende dall’impianto stereo con cui si ascolta, dall’integrità del supporto e dal gusto personale. Comunque sia, spariti dal mercato “mainstream” i dischi in vinile hanno trovato una propria nicchia nelle collezioni degli audiofili, complici la grana del suono, la bellezza del formato, il sapore nostalgico. 

 

E proprio l’effetto amarcord, rafforzato dalla cultura hipster, dalle nostalgie dei trentenni di oggi e dalle serie TV ha portato a un ritorno inatteso sul mercato di questo supporto e di tutto ciò che è anni ‘70/’80 (si parla addirittura di un ritorno delle audiocassette!) che ha ulteriormente contribuito alla marginalizzazione del CD. Per i graphic designer si tratta di un gradito ritorno: il vinile permette di lavorare su un formato più grande dando maggior rilievo all’artwork. Entrambi i formati fisici però permettono di raccontare visivamente il mondo dell’album musicale e dell’artista rafforzando il valore comunicativo del progetto e rendendo più ricca l’esperienza estetica. Hypgnosis, Peter Saville, Paula Scher, Neville Brody, Vaughan Oliver, Stefan Sagmeister, Jonathan Barnbrook (solo per citare alcuni nomi) hanno trasformato il packaging musicale in opere entrate nella Storia della Grafica.

 

Quale sarà il futuro della musica? I supporti fisici lasceranno il posto allo streaming? La questione riguarda la musica stessa. Gli album sono destinati a sparire in favore di una costante pioggia di singoli che esistono solo come bit nel vasto mare della rete oppure ha ancora senso creare delle opere che abbiano un’articolazione più complessa? Come si risolverà il problema riguardante gli scarsi introiti che il mercato dello streaming è in grado di garantire agli artisti? 

 

Forse, quando i nati negli anni 2000 (anni di massima espansione del mercato del CD) vorranno tornare ai ricordi della loro infanzia la risposta sarà di nuovo nei CD.

 

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