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Categoria: Grafica e designGrafica e design

Il simbolo della pace: la storia (vera) dietro il segno che abbiamo disegnato tutti almeno una volta

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Autore articolo Rosa Schiavello

Simbolo della Pace: Origine, Significato e Genio del Design

C'è un segno che quasi chiunque, almeno una volta nella vita, ha scarabocchiato su un diario, una maglietta o il margine di un quaderno: un cerchio con tre linee dentro. Lo conosciamo tutti come il simbolo della pace. Quello che in pochi sanno — e che a me, che di segni e forme mi occupo ogni giorno insegnando graphic design, ha sempre affascinato — è quanto sia un pezzo di design puro. Non è nato per caso, ma da un ragionamento visivo preciso, quasi ingegneristico. Vediamo com'è andata davvero.

Chi ha inventato il simbolo della pace, e perché

Il simbolo nasce il 21 febbraio 1958, opera del designer e artista inglese Gerald Holtom — che durante la Seconda guerra mondiale era stato obiettore di coscienza, un dettaglio che dice già molto delle sue motivazioni. Non è un logo commissionato a tavolino: Holtom lo disegna su richiesta del Direct Action Committee Against Nuclear War (DAC), per la prima marcia di Aldermaston, in programma per la Pasqua di quello stesso anno. La Campaign for Nuclear Disarmament (CND), che oggi custodisce la storia ufficiale del simbolo, lo adotta pochi mesi dopo come proprio logo, nel pieno della Guerra Fredda, quando il timore di un conflitto nucleare in Europa era concreto e quotidiano.

Serviva un'immagine che si potesse riprodurre su cartelli, spille, bandiere — a mano, senza mezzi tecnici — e che comunicasse un messaggio preciso a colpo d'occhio. Holtom lo trova in un posto inaspettato: l'alfabeto semaforico. Il debutto pubblico avviene proprio a quella marcia: vengono prodotti cinquecento cartelli a forma di lecca-lecca, metà neri su fondo bianco e metà bianchi su fondo verde — il primo, piccolissimo, "merchandising" della storia della pace.

La genesi grafica: un codice nascosto dentro un cerchio

Nel codice semaforico marittimo, ogni lettera si segnala con la posizione di due bandiere tenute con le braccia. Holtom sovrappone i segnali di due lettere: la N (bandiere puntate in basso, a formare una V rovesciata) e la D (una bandiera in alto, una in basso, a formare una linea verticale) — N ed D, cioè Nuclear Disarmament. Racchiude il tutto in un cerchio, e il simbolo è fatto.

È una scelta di design brillante proprio perché funziona su due livelli: per chi conosce il codice, è un acronimo visivo preciso. Per chiunque altro — cioè il 99,9% delle persone che lo vedono — resta comunque un segno geometrico pulito, memorabile, facile da ridisegnare a mano. Non serve capire il codice per riconoscerlo o replicarlo, e questo è probabilmente il motivo per cui si è diffuso così in fretta e ovunque.

Lo stesso Holtom, in una lettera scritta anni dopo a Hugh Brock, redattore di Peace News, racconta però un'origine più intima e personale:

"Ero in uno stato di disperazione. Profonda disperazione. Ho disegnato me stesso: la rappresentazione di un individuo disperato, con le palme delle mani allargate all'infuori e verso il basso, alla maniera del contadino di Goya davanti al plotone d'esecuzione. Ho dato al disegno la forma di una linea e ci ho fatto un cerchio intorno."

Le due letture — il codice semaforico e il gesto disperato — non si escludono. Anzi, è proprio la sovrapposizione di significato tecnico e significato emotivo a rendere il simbolo così denso, nonostante (o proprio per) la sua estrema semplicità formale.

Perché un segno così semplice funziona ancora oggi

Da un punto di vista puramente progettuale, il simbolo della pace è un caso di scuola di minimalismo efficace: tre linee e un cerchio, nessun colore obbligatorio, nessuna dipendenza dall'orientamento o dalla lingua. Funziona identico stampato su una spilla di due centimetri o dipinto su uno striscione di dieci metri — è una delle prove più semplici (e più dure) a cui si può sottoporre un segno grafico: la scalabilità.

È lo stesso principio che rende iconici altri segni nati in epoche diverse — dallo swoosh di Nike ai loghi più memorabili della storia del design, di cui abbiamo parlato in altri articoli di questo blog: meno elementi, meno margine di errore nella riproduzione, più forza nel restare impresso.

Le interpretazioni "sbagliate" più diffuse (e perché nascono proprio dalla sua semplicità)

La stessa astrazione che lo rende universale ha anche alimentato, nel tempo, letture completamente inventate. Le più diffuse: qualcuno ci ha visto una rappresentazione stilizzata di un rapporto sessuale, altri la sagoma di un bombardiere B-52, altri ancora la croce di Cristo con le braccia abbassate in segno di disperazione — al punto che in alcuni ambienti religiosi conservatori del dopoguerra il simbolo fu bollato come "anticristiano". C'è perfino chi lo ha accostato alla runa della morte dell'alfabeto runico Futhark.

Nessuna di queste letture ha basi storiche solide. Ma il fatto che un segno così ridotto all'osso possa generare interpretazioni così diverse è, di per sé, una lezione di design: più un segno è astratto, più lascia spazio alla proiezione di chi lo guarda. È un rischio quando si progetta un marchio — ma è anche, in questo caso, parte del motivo per cui il simbolo ha attraversato decenni e culture diverse senza perdere forza.

Da simbolo di protesta a icona senza padrone

Dal movimento antinucleare britannico degli anni '50, il simbolo passa negli anni '60 alle proteste contro la guerra in Vietnam, poi alla controcultura hippie, fino a diventare — decennio dopo decennio — un elemento fisso di moda, gioielleria, tatuaggi e cultura pop, ben oltre il suo significato politico originario.

C'è un dettaglio che, da designer, trovo particolarmente significativo: Holtom e la CND scelsero deliberatamente di non registrare mai il simbolo, lasciandolo libero da copyright perché chiunque potesse usarlo senza permessi. Nel 1970 due aziende americane — una calzaturiera, l'altra di intimo — tentarono comunque di depositarlo come marchio proprio: i tribunali respinsero entrambe le richieste, stabilendo che un simbolo universalmente riconosciuto come messaggio di pace non può, per definizione, distinguere i prodotti di un'unica azienda. In un'epoca come la nostra, dove ogni logo aziendale è protetto, monitorato e difeso legalmente, la scelta originaria di Holtom — rinunciare al controllo per lasciare che un segno vivesse di vita propria — resta quasi radicale. Ed è forse anche per questo che, oltre sessant'anni dopo, quel cerchio con tre linee dentro continua a comparire ovunque, disegnato da chiunque, senza che nessuno ne rivendichi la proprietà.

Cosa resta, per chi disegna

Torno spesso su questo esempio con i miei studenti, perché racchiude in poche linee tutto quello che un buon segno grafico dovrebbe fare: comunicare qualcosa di preciso a chi ne conosce il codice, restare comprensibile anche a chi non lo conosce, funzionare a qualunque scala, ed essere abbastanza semplice da poter essere ridisegnato a mano da chiunque, ovunque. Prima di aggiungere dettagli a un marchio, vale sempre la pena chiedersi cosa succederebbe se, come Holtom, si dovesse ridurre tutto a poche linee dentro un cerchio.

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